Nel giugno del 1947, nel numero 220 di Domus, Ernesto Nathan Rogers pubblicò il celebre editoriale intitolato L’architettura educatrice, nel quale l’intreccio tra dimensione pedagogica e architettonica lo portava ad affermare che “la parola dell’insegnante e il disegno dell’architetto collaborano ugualmente alla formazione del giovane”. Ottant’anni dopo, questa frase ci ricorda che i processi educativi non avvengono in uno spazio neutro, ma prendono forma anche attraverso l’ambiente, le sue proporzioni, i materiali e le possibilità di movimento e di incontro. Per Rogers, le forme architettoniche rendevano tangibili concezioni educative e principi morali: il problema dell’educazione non poteva dunque essere affrontato senza il riferimento a un’architettura educatrice intesa come un sistema di condizioni aperte nel quale le persone possano percepire, scegliere, incontrarsi, appartarsi, modificare e costruire significati.